LIBRI E AUTORI: INTERVISTA A BRUNO BONETTI, AUTORE DI "MANLIO TAMBURLINI E L'ALBERGO NAZIONALE DI UDINE"

La giornalista Barbara Cimbaro ha incontrato per noi Bruno Bonetti, autore di Manlio Tamburlini e l'albergo Nazionale di Udine.

Il volume ripercorre la storia dell'albergo Nazionale di Udine -dove poi sorse il palazzo dell'UPIM- e della famiglia Tamburlini che lo gestiva: dalla camicia rossa del nonno Daniele, amico di Antonio Andreuzzi, che lo coinvolge nei moti risorgimentali, alla camicia nera del nipote Manlio, protagonista dello squadrismo fascista. Un saggio storico che a tratti assume i contorni di un torbido noir.

Bruno Bonetti è nato a Gorizia nel 1968, ma da sempre vissuto a Udine, Bruno Bonetti consegue la maturità classica presso il liceo Stellini di Udine nel 1987. Laureato a Trieste in Filosofia nel 1992, si perfeziona poi presso l'Università di Barcellona. Nel 1993 è nominato cultore della materia (assistente volontario) presso il dipartimento di Filosofia dell'Università di Trieste. Diventa inoltre dottore in Scienze politiche sempre a Trieste nel 2004.  
Tra le sue pubblicazioni il saggio Politica ed educazione in Piero Gobetti in Scuola e città, La Nuova Italia editrice, e la traduzione in italiano per l'Università Nazionale Autonoma del Messico del volume La Ciudad de México a través de 50 libros.
Dal 1995 lavora presso la pubblica amministrazione. Dal 2005 a oggi è funzionario specialista in attività culturali presso il Comune di Tarcento.
Di famiglia paterna dalmata, è segretario del Comitato provinciale di Udine dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. È inoltre attivo nell'Associazione mazziniana italiana.

Chi era Manlio Tamburlini e perché la sua storia è ancora interessante per il lettore di oggi?
Manlio Tamburlini, uno dei fondatori del fascio di Udine, squadrista, è una figura singolare e, per molti versi, controcorrente. Basti pensare che si tenne in disparte quando il regime si imborghesì, per poi farsi riprendere dall'entusiasmo politico dopo l'8 settembre: quanto bastò per combinarne di tutti i colori. Personalità complessa, violenta e generosa al tempo stesso, era il marito di mia zia.

Quali sono gli altri componenti della tua famiglia di cui hai deciso di ricostruire la storia e perché ti è sembrato poi importante condividerla con i tuoi lettori?
Tra gli altri, ho ricostruito la vicenda di mia zia Ada Bonetti, che, in evidente contraddizione con l'ideale fascista della donna subordinata, fu una personalità dinamica e combattiva, anche quando le cose volsero al peggio per il marito. Quella di Manlio e Ada è una straordinaria storia d'amore e di fedeltà che credo possa appassionare ogni lettore.
 
Il fascino del tuo libro è legato anche alla storia dell'Albergo Nazionale, a Udine, un edificio che oggi forse pochi ricordano. Che atmosfera si respirava al suo interno?
Pochi lo ricordano, ma tutti sanno dove si trovava, ovvero dove poi sorse il palazzo dell'Upim e quindi, arrivando ai tempi più recenti, il palazzo Eden. Si tratta di un angolo che Udine ha ormai perso, assieme alle suggestioni e alle atmosfere del suo tempo. In questa zona, infatti, si concentravano i locali, gli affari, le vicende che ispirarono la cronaca rosa e anche quella nera della città.
 
Il tuo libro è più una biografia o un saggio storico?
Entrambi, perché la vicenda di Manlio Tamburlini non è solo cronaca di Udine, ma ricalca anche il corso degli eventi in Italia. Non è solo biografia ma anche storia. È, sicuramente, una rappresentazione, che ho cercato di studiare e poi scrivere con onestà, del fascismo, in particolare di quello repubblichino. Dopo l'8 settembre 1943 si aprirono le fratture della società civile e la vita dei singoli individui si intrecciò più di quanto si potrebbe immaginare con le vicende della nazione. È una storia intricata, piena di sfumature, dove non sempre si distinguono bene il coraggio e la viltà, la lealtà e il tradimento, la generosità e l'interesse.
 
C'è un aneddoto sulla scrittura del libro che ti fa piacere raccontare?
Più che un aneddoto, ricordo che quando mio padre mi parlava di queste storie, a vent'anni, ero troppo giovane per interessarmene, a trenta credevo che avesse una fervida fantasia, quando avevo quarant'anni mio padre non c'era più e mi sono pentito di non avergli fatto qualche domanda. Da lì è nato l'interesse per la vicenda e ho iniziato a documentarmi.
 
Ci racconti, per concludere, qualcosa di te?
La mia famiglia è di origini dalmate, popolo di cui è diventato proverbiale il gusto per l'ozio. C'è chi dice che una vita che non sia orientata al successo sia sprecata. Io, invece, non capisco perché debba essere considerato uno spreco spenderla facendo ciò che piace: nel mio caso, la ricerca storica.
 

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