Alda Pellegrinelli, Di parole e d’amore, ed. L’orto della cultura.

Ho conosciuto la prof. Alda Pellegrinelli a scuola. Un giorno d’estate venne a cercare al Liceo Classico l’AICC (associazione italiana di cultura classica), desiderosa di farne parte. Immediatamente ebbi l’impressione di una persona che cerca instancabilmente e con tenacia qualcosa, ma anche di chi, in qualche modo, vuole appartenere ad un gruppo che si prende cura della cultura antica. Come afferma Salvatore Settis, nel suo splendido volume, Futuro del classico, il classico riguarda sempre non solo il passato ma il presente e una visione del futuro. Per dare forma al mondo di domani è necessario ripensare le nostre molteplici radici. Alda Pellegrinelli lo ha fatto in un pregevole studio critico La narrazione figurata di Bayeux e la tradizione classica, validissimo strumento didattico che consiglio non solo agli insegnanti di storia del’arte, ma anche agli insegnanti di italiano e storia. Ha compiuto un’operazione necessaria e spesso tralasciata: riconoscere nell’iconografia medievale i rimandi al mondo classico della Roma antica (le colonne onorarie di Traiano e di Marco Aurelio).

In questo studio la scrittrice indaga con originalità l’importanza della tradizione figurativa antica, cercando di individuare attraverso quali vie di trasmissione i modelli possono essere stati recepiti dagli autori dell’immenso ricamo, creato per il coro di Bayeux, per celebrare il duca Guglielmo di Normandia e la sua conquista di Inghilterra con la decisiva Battaglia di Hastings il 14 ottobre 1066. Ma oggi il mio compito non è riflettere su questo straordinario lavoro che richiederebbe un incontro a parte e una diffusione capillare anche nelle scuole, poiché è uno strumento che consente una lettura su più piani e settori culturali con testo e paratesto assieme. Mi è stato chiesto di presentare la raccolta poetica Di parole e d’amore e spero di assolvere fino in fondo ad un incarico arduo e nello stesso tempo significativo. Nutro per la letteratura e la poesia una profondissima passione fin dai tempi scolastici, perché è sempre stata per me qualcosa di carnale nel senso preciso del temine. La poesia è un “fare” con uno strumento potentissimo, come afferma Gorgia, quale la parola e un poeta o uno scrittore sanno di dover forgiare la pagina come un fabbro con il suo mestiere sa di dover usare precisi arnesi. Le moderne neuroscienze ribadiscono incredibilmente che la conoscenza è strettamente legata all’esperienza. Freddi e Ausubel parlano di prospettiva umanistico affettiva, di apprendimento significativo. Non era forse quello che nel Medioevo si ribadiva quando si sottolineava che si conosce solo per affetto? “Si che dal fatto il dir non sia diverso” afferma Dante al verso 12 del canto XXXII dell’Inferno quasi ad indicare una dichiarazione di poetica. La prof. Alda Pellegrinelli accoglie una simile prospettiva: sono le esperienze stesse, la vita medesima a forgiare le parole delle sue liriche. Sono tre le sezioni del testo: Di parole e di me; Di parole, di luoghi e di ricordi; Di parole, d’amaro. Quello che più mi ha colpito è una sorta di prosimetro che l’autrice utilizza per andare a fondo della sua poesia, quasi a spiegarla a se stessa, a trovarne le profonde ragioni. Talvolta poche righe, altre volte un racconto persino, ma mentre Dante nella Vita nova commenta i testi, la Pellegrinelli oltre a commentare si interroga nuovamente, introduce domande anche diverse dalla poesia che immediatamente segue. Sono tante le parole chiave dei testi non sempre positive anzi tutt’ altro, indifferenza, nullità, illusione, inganno. Spesso si crea un contrasto tra vocaboli predominanti che rimanda a domande esistenziali: il ricordo o la dimenticanza? Sempre l’io lirico ricerca qualcosa: un abbandono totale, il perduto amore, l’illusione, la bellezza di un abbraccio. Nella seconda sezione Di parole, di luoghi e ricordi ricorre come immagine costante l’epifania dell’amore vitale, quasi monito del desiderio di trovare una certezza a cui ancorare presente e futuro. Sembra talvolta di scorgere le montaliane Occasioni dentro al disincanto della vita: un arcobaleno in Arc du ciel.
E ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l'ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.
Così Montale in Prima del viaggio pare descrivere il percorso della Pellegrinelli: una fugace occasione imprevista che subito si scompone nel dolore della morte, dell’allontanamento e della malattia. Questa del dolore pare infine l’unica verità imprescindibile. Procedo ora con un breve e personale itinerario all’interno dell’opera che non ha la minima pretesa di esaurire alcunché, ma, se possibile e dunque auspicabile, stimolare la curiosità degli spettatori. Nelle lirica Quaderno (pag.13) la Pellegrinelli ricerca oggetti significativi come una sorta di amuleto del ricordo. In Gabbia (pag.15) si avverte una sensazione di prigionia che rimanda ad un altro componimento Le ali tagliate (pag. 45). Straordinaria la vicinanza affettiva con Dante in Andarsene e l’esilio (pag.22-23): scegliere Ravenna come locus dell’anima fin dalla più tenera età
Tanti altri testi appartengono al mio personalissimo percorso di lettura (Notturno che rimanda a tanti classici o Mia madre, dolcissimo ritratto).
Ma vorrei concludere con una lirica breve che, a parer mio, rappresenta la summa della raccolta della Pellegrinelli:
In Deserto pag, 129 (bellissima anche la prosa a fianco) la domanda del viaggio di ricerca della Pellegrinelli mi rimanda ad una splendida poesia di Mario Luzi: questa mancanza che desertifica il cuore di che cosa è segno?

Di che è mancanza questa mancanza,
cuore,
che a un tratto ne sei pieno?
di che? Rotta la diga
t’inonda e ti sommerge
la piena della tua indigenza…
Viene,
forse viene,
da oltre te
un richiamo
che ora perché agonizzi non ascolti.
Ma c’è, ne custodisce forza e canto
la musica perpetua… ritornerà.
Sii calmo.
Mario Luzi
Monica Fabbri

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